DID I GET IT?

Storia di un traduttore 'perduto' piu che mancato

Di Andrea Pagnes

Scritto ed originariamente pubblicato in STORIE ex libris, Gennaio 2014

Storia di un traduttore 'perduto' più che mancato, Did I get it? è la spassosa, romantica epopea di un neolaureato che ottiene udienza dall’editoria che conta, all’alba degli anni ’90. Fa appena in tempo a scrutare nella figura di Marcella Bassi (alla Garzanti), l’artigianalità, il coraggio e la lungimiranza di coloro che hanno reso grande la nostra tradizione editoriale, mentre gli viene assegnata la traduzione di Ripley Bogle dell'allora debuttante scrittore irlandese Robert McLiam Wilson, seguito di Jurassic Park di Michael Crichton.

(Enter man with money. He waits. Enter woman, misclothed and passionate. They rut. Exeunt.)

 

‘Aaaaaaaaeeeeeeiiiiccchhhh!’

The world’s disquiet gets underway. Birth scene. The calm cry of parturition. For the one. The incandescent infant. Mrs Bogle screaming her way through the unwilling production of Master Ripley Bogle, the famed. Splayed knees and bucking loins. Dirty, heavyheaded, eponymous bastard shoving his angry way out. (…)

 

Incipit di Ripley Bogle, romanzo di Robert McLiam Wilson. La mia breve esperienza di traduttore comincia qui, con queste poche righe. Quando me le servirono davanti, per testarmi, la prima cosa che feci fu quella di strozzarmi in gola la più istintiva delle bestemmie. Caso e fortuna.

 

1989. Milano. Ultimi di novembre. Primo pomeriggio. Cielo: lombardo grigiosolito. Via Senato 25. Edificio rigido, austero. I miei occhi veneziani che stingono allucinati dinanzi a tanta severità. Un monolite di granito e freddo cemento. Anche elegante (nel suo). La sensazione di trovarsi a tu per tu con un vuoto solido, sinistro, di vaga reminiscenza orwelliana. Indugio un poco. Il tempo di smangiucchiare nervosamente una mezza sigaretta. Controllo l’orologio. Dai, fatti forza Winston Smith.

Lì di fronte. Indice sul campanello. Il cancello in ferro battuto che si apre con cigolio sordo. Lento, inflessibile. Ci sono. L’ingresso al tempio della Garzanti. Chiedo al portinaio se può indicarmi l’ufficio della dottoressa Marcella Bassi, responsabile del dipartimento traduzioni, sezione inglese. Ho appuntamento con lei, per un colloquio. Tra le sue varie fatiche, una pietra miliare: il saggio di Tindall su James Joyce.

Gambe molli. Molto molli. Presunti accenni di tachicardia. Timido colpo di nocche alla porta. Remigino nel magico mondo della “letteratura che conta,” entro.

– Buongiorno signora, sono... Avevo chiamato la settimana scorsa, a nome di Paolo Ruffilli. Ricorda?

– Certo che ricordo. Sei puntuale. Vieni pure avanti. Accomodati.

 

Preambolo.

Il poeta e scrittore Paolo Ruffilli aveva da poco recensito per il quotidiano La Nuova Venezia il mio secondo libercolo, un lavoro sul concetto di tempo, sgranellato arditamente tra prosa e poesia. Sorpreso e ancor più gratificato da tanta dotta attenzione, rintraccio il numero del così generoso vate e gli telefono.

– Si?

– Professore, scusi se la disturbo, ma mi permetto. Sono quello a cui ha… Avrei piacere di venire a trovarla. Sia per ringraziarla di persona che per - magari - scambiare due parole con lei.

Persona disponibile, (uno che non se la tira, insomma), Paolo m’invita a Treviso. Mi riceve nel suo studio. Discutiamo di più cose: le sue poesie, i miei gusti letterari, l’ultimo libro letto, che cosa vorrei fare da grande. Gamma di toni: dallo stolidamente entusiasta (delle mie risposte), al maldestramente affettato (delle mie  domande). Sorride bonario. Più volte.

Poco prima del commiato. L’illuminazione per la mia stagione all’inferno. Il fegato da neolaureato goofy che si spreme da tutto il coraggio ricevuto in dote, la lingua che si accende come un cerino e di brutto:

– Paolo, un’ultima cosa. Come si fa a collaborare con una casa editrice importante? Non dico di farsi pubblicare al primo colpo, ma almeno scrivere - che so - qualche straccio di prefazione. C’è qualche santo particolare al quale innalzare i propri cuori e rimettere i nostri peccati?

– Ehi, ma non sarai mica andato a scuola dai gesuiti?

– No, per carità, però ho imparato a suonare lo zufolo a canne alle pomeridiane dei benedettini di San Giorgio.

Sorride di nuovo. Credo proprio di riuscirgli simpatico.

– Beh, sai, non esiste un iter preciso. Alcuni spediscono direttamente i loro lavori ai lettori o li affidano a vari agenti. Altri vengono introdotti da amici già introdotti, o da amici degli amici. Altri ancora cominciano proponendosi come traduttori. Calvino stesso lo era.

– Ah, davvero? Pausa. Desidero ardentemente, inebetito di speranza. Flutto, rimbalzo, ballonzolo in vista di litorali sconosciuti. Sto annusando le correnti ascensionali.

Ripresa.

– Tu qualche lingua la conosci?

– Beh, sì. Me la cavo abbastanza bene con l’inglese.

Altra pausa. Sguardo riflessivo, concentrato, in trepida attesa per la mossa che precede lo scacco.

– Ti va se ti presento in Garzanti?

Sospiro, annuisco e miagolando gli chiedo per piacere un grappino.

 

Fin qui tutto facile.

Colmo di gratitudine per il mio prodigo mentore, quel giorno come uno dei più belli della mia piccola vita.

Tornandomene a casa.

– Chissà come sarebbe felice il povero vecchio se ancora fosse qui…, ‘stasera prima di rincasare mi faccio almeno una decina di bar per brindare a San Deretano…,  mammina cara finalmente non avrà più nulla da rinfacciarmi o di che lamentarsi, né tantomeno pregarmi di iscrivermi al concorso per andare a lavorare alle Poste… Insomma, le solite menate di questi tipici casi: una gioiosa altalena d’imbecilli cazzate ripetute ad alta voce, dovute a poltiglia cerebrale elettrizzata e pareti dello stomaco contratte per eccesso di travaso adrenalinico. Tutto questo nonostante s’insinuasse già, in cuor mio, il poco rassicurante presentimento del buco nero che m’inghiottirà proprio in fase di decollo.

 

Di nuovo in Garzanti. Ufficio della signora M.B. Sobrio, accogliente, vero. Un localino niente male. Ordinato il giusto, anche familiare, per certi versi. Un tavolo, due sedie, fogli sparsi, libri scelti. Un luogo raccolto, dotato di uno state of mind forte, presente, decifrabile.

Mi squadra con fare discreto. Lo avverto. Gentile, materna, cerca di mettermi a mio agio. Deve averne visti già tanti, in questo stato – a dir poco penoso – come il mio. Sono trascorsi solo pochi minuti da quando sono entrato in questa specie di storico ventre della letteratura: un’eternità!

– Prego.

Con voce flautata m’invita a sedermi sulla sedia che sta di fronte alla scrivania. Mi sento un cucciolo di bassotto, inerme e bisognoso. Cerco una posizione composta, ma comoda. Impossibile. Sono manifestatamente posseduto dal demone di Fracchia.

Emano paura. Da tutti i pori. Paura di essere lì, in quel posto, davanti a lei. Paura di giocarmi una buona fetta di futuro. Le ispiro un sospetto d’onesta tenerezza. Senz’altro. Almeno così credo.

Ready, steady, go. Colpo di pistola, inizia la corsa, anche se preferirei la fuga.

Persona di raffinata cultura – di quelle che non ostentano mai, per intenderci - finge un distratto distacco solo quando mi chiede quali sono gli autori di lingua inglese che mi appassionano di più. Tentenno. La classica domandina rompighiaccio. Meglio non sprecare l’occasione e far colpo subito. Qua bisogna cali minimo un full. Rovisto nell’armadietto dei primi della classe. Annaspo tra nomi, gnomi e cognomi. Avverto le sinapsi slacciarsi una dopo l’altra nell’indecisione della scelta. Mi sto decisamente perdendo. Cristo! Possibile non me ne venga in mente uno, con tutti quelli che ci sono? Mugugno tra me e me. Mi sento come un cartoon sciaguratamente catapultatosi giù dai merli di Confusionlandia. Senza dubbio sarebbe stato meglio se mi fossi presentato in giacca e cravatta con un paio di Tavor in corpo. Molto meglio. Così, tanto per simulare una parvenza di dignitoso distacco, di britannico aplomb.

– Ehm…Willy (Shakespeare), Chris (Marlowe), Sam (Coleridge)? J.F. (John Fante), Henry (Miller)? No, dai, troppo banale, troppo datati! …Datati? … calmo su… occhio a non dire James e poi cannare il cognome. James chi? Bond?… piacere mio,  mi chiamo Mouse, Mickey Mouse... Non è forse Walt (Disney) il genio umanista del ventesimo secolo? E se poi non apprezza la battuta? Battuta?...

Ricorro alla telepatia. Cioè, sbircio meschino tra i volumi della sua libreria che sembra fissarmi attonita e anche un po’ schifata. Sto miseramente cercando di violare l’aureola di conoscenza che fa da riflesso a quel suo cespo di capelli argentati da signora per bene. Natura vuole, però, che le mie diottrie non riescano ad interpretare una santa mazza oltre il mezzometro!

Random theory. Cerco di azzeccare almeno un paio di nomi dei suoi preferiti. Sono un naufrago prossimo ai lidi dell’assurdo. Lei, intanto, inizia a sfogliare le pagine di un libro. Eureka! Finalmente ho trovato la chiave. Rispondo:

– Tecnicamente Joyce (deprecabile paraculata, ovvio), anche se, in tutta franchezza, dell’Ulisse non sono mai arrivato alla parola fine, nonostante c’abbia provato più di una volta…

– Eh eh… e ci credo!

– …e poi… beh, Eliot, per…; Dylan Thomas per…; ah… ci sono anche un paio di contemporanei, un certo Geoffrey Hill, ancora non tradotto in italiano che… non so se sia possibile, certo, ma che desidererei sottoporre alla sua attenzione… magari si potrebbe… e anche… Ashbery…

Sospiro profondo (di lei). Mi fermo. Shhh...ut the fuck up, for godsake! Zitto! Silenzio! Non osare andare oltre.

Regola numero uno: volare bassi. Anzi, fare proprio a meno di volare, fintantoché non si supera l’esame.

Regola numero due: non mostrarsi troppo intraprendenti. A meno che non vi sia un’esplicita richiesta.

Regola numero tre: mai pisciare fuori dal boccale. Soprattutto se un attimo prima il timor panico si stava somatizzando in blocco renale.

– Ah, ti piace la poesia quindi… Vediamo un po’ come te la cavi con questa roba qua. S’intitola Ripley Bogle. E’ il romanzo d’esordio di un giovane talento anglosassone. Ci sono tante espressioni gergali, ma l’autore è più o meno tuo coetaneo, quindi non dovresti incontrare particolari problemi a trovare la traduzione adatta…

Opera prima dell’allora giovanissimo Robert McLiam Wilson, vincitore quell’anno di due major Prize (Hughes e Rooney), dell’Irish Book Award e del Betty Trask nel successivo, nel libro si racconta, tra finzioni e mezze verità, la storia di un giovane della Belfast dei Troubles, Ripley Bogle, appunto. Auto-esiliatosi a Londra in cerca di riscatto (vuoi per cercare di farla finita in santa pace, vuoi per inseguire qualche chimerica panacea), si ritrova invece a vivere da patented beggar.

Le sventurate peripezie di Ripley l’ambiguo si susseguono con solenne sfiga biblica: un incedere tanto ritmico nel racconto quanto irreversibile nei fatti. L’abile intreccio di spunti autobiografici, episodi drammatici, momenti comici vissuti dal nostro eroe-antieroe, come una tenia si gonfia cibandosi del crudo, sanguinoso ritratto di quell’Irlanda del Nord ancora lacerata dall’odio religioso e politico. Sullo sfondo, il desolante scenario della Londra anni ottanta dei disoccupati e senzatetto, ammicca con ghigno sordido e compiacente.

Scrittura caustica, flamboyant, come dire, a corrente alternata. Gusto tentacolare per l’inverosimile. Toni cromatici vividi. Scarti graffianti. Giochi sintattici da Northern Irishman doc. Per gli amanti del genere, un piccolo, appassionante capolavoro di cinismo e ironia che emoziona. Cuoricini borghesi solo se accompagnati. Una figata di libro insomma, a mio modesto vedere.

 

Pagina uno. It Begins. Così, all’impronta, senza vocabolario Eng-Ita, né aiuti da casa. Veloce: o vinci o perdi. Come on, in guardia, pivello!

Presumo davvero sia stato qualche angelo misericordioso della schiera celeste dei poliglotti a mettermi in bocca la traduzione di quelle prime frasi diaboliche (almeno per me). Figuriamoci. All’epoca potevo a malapena fregiarmi di un misero First Certificate, ottenuto per il rotto della cuffia alla British School di Venezia (al Proficiency mi segheranno poi per ben due volte, nonostante il compassionevole intercedit di Professor Millerchip, l’allora direttore) e di un totale di 7-mesi-7 trascorsi in Inghilterra, suddivisi però in un arco di circa 10 anni.

Che la fortuna arrida agli audaci? Che l’aver trascorso notti su notti - da universitario innamorato - immerso nelle letture di Malory, Milton, Moore, Shelley, Wild, Carroll, Yeats, Auden, e tutti loro (anche Tolkien, certo) in lingua madre (e con testo italiano a fronte), si sarebbe rivelato poi inaspettatamente utile al mio, come dire, futuro essere di homo oeconomicus? Beh, credo di sì. Che l’aver passato l’adolescenza ad imparare a memoria i vari testi di Doors, Velvet, Pink, Crimson, Genesis (qui con traduzioni e commentari di Armando Gallo all included), LedZep, Stones, Bowie, Iggy, Zappa, passando poi a Pistols, Ramones, Clash, Marley e tutti i cloni di Marley, magari alternando vergognose incursioni nel variegato fetecchiume rapfunkysoul discotecario, o tra i deliqui romantico-suicidi di certa new wave o del dark, sforzandomi di capire cosa volessero dire, abbia sopperito alla mancanza di disciplina linguistica dello studentello di liceo impertinente e accidioso? Certo. La musica aiuta sempre. Ti fa sentire un po’ più cool anche quando te ne stai confinato e trasognante nella tua Marvel stanzettina, a litigare con le prime tempeste ormonali, o dopo aver cestinato l’ennesimo esercizio incompiuto su integrali, aree e volumi di astrusi solidi geometrici. Ho sempre gracchiato le canzoni delle mie band preferite volendo comprenderne non solo il significato, ma anche imparando a non stuprare impunemente la pronuncia delle parole. Già, la pronuncia: base alla conoscenza di qualsiasi lingua. Suoni che s’intersecano per esprimere concetti, idee, sensazioni; suoni per significare, per comunicare. Banale, certo, ma tant’è. Immaculate English, they say.

 

Ancora lì, sul ring, a boxare con Ripley. Alla campana della fine del primo round manca pochissimo e io intanto correlo, setaccio, invento,. Propongo soluzioni dettate non tanto da fattori esterni (farmi vedere saputello o quantomeno capace), ma da una vera esigenza personale di confronto, di sfida da sostenere. Di fronte a testi simili importa non solo azzeccare la parola giusta, ma, soprattutto, la costruzione più adeguata. Faccio leva sui precetti dell’affidabilità. La signora mi segue per tutta questa prima ripresa con mansueta attenzione, l’asciugamano lì pronto, stretto tra le sue mani affusolate. Nomina Ceronetti, elogiandone la maestria nel coniare parole, modellare frasi, modulare periodi. Comprende comunque alcune difficoltà testuali incontrate via via (pure per lei pressoché intraducibili), che io sottolineo con scuotimenti di capo, palmo sudaticcio e rocambolesche deduzioni lessicali, rafforzate dagli usueti accenni di balbuzie, un classico di queste situazioni. Poi, invocata la buona stella, inanello magicamente un filotto e una carambola: incastro in giusta sequenza una serie di termini che nemmeno l’edizione in due volumi del Sansoni Magnum di quell’anno riportava e li restituisco al suo orecchio esigente con la sicurezza di un interprete parlamentare

Sul finir della licenza. The very last sentence. Sono pronto per il colpo del knock out.

Ma no! Proprio adesso! Merda! A trick of the tail. The mouse trap. Mi sfila via il libro dalla punta dei polpastrelli, rapida, decisa. Lo chiude e lo riapre. Pagina a caso.

– Traduci qua.

Ricomincio lo show. Dai, sotto, campione! Pensavi fosse finita?! Black out. Ronzii diffusi tra tempie a cervelletto. Mi sorreggo a fatica. Mi caco in mano. Sono stremato. Gocciolo. Avevo dato già tutto quello che potevo dare. Mi blocco così, subito dopo una rapsodia slang malamente tradotta, e di fronte al successivo,  astuto tranello di relative invertite stramazzo al tappeto come corpo morto cade.

Manine che arrancano sulle corde. Tirati su, Balboa. Tirati su, Cristo! Non riesco a leggere più un cazzo. Sguazzo nel pantano. Pancia in su, le zampettine pelose di Samsa lo scarafone a mulinare nervosamente indifese, lì, in quella  stanza, con l’aria che ormai sa di stantio. Tossisco. Cerco di prendere tempo. Finalmente mi rialzo, ma sono davvero in affanno, anzi no, direi proprio in apnea. Pronto a ricevere il colpo di grazia. La misericordia puntata alla nuca. Devo provare a venirne fuori con l’ultima cosa che mi resta, attingere a tutta la forza della mia vitale disperazione. Prego. Prometto. Giuro a me stesso: da domani smetto e rinuncerò ad un sacco di cose e anche non mi toccherò mai più per sempre. Scrocchio la mascella. Serro i denti nervosamente, più volte. Mi appello ad un inatteso, gradito aiuto divino. Che ipocrita, sono! Miracolo a Milano! Vorrei riceverne uno anch’io. Troppo tardi, ormai. Senza quasi che me ne accorga, con fare canonico, professorale, la signora M.B. mi richiude il libro da sotto il naso e mi congeda magnanima da quella specie di Ade al bionico dove ogni speranza era diventata ormai vana.

– Dai, basta così. Andiamo giù in sala mensa che ti offro un caffé, così vedi anche l’opera murale che ci ha fatto Pericoli.

Mestizia in agguato. Sprofondo nel liquame del chissà che sarà. Mi arruolo tra le fila di color che son sospesi. Beh, carica il fucile e sparati! Cosa potevi fare di più, burbetta presuntosa? È andata com’è andata, anzi, come doveva andare.

Arriviamo a destinazione. Opto per un deca macchiato. Ci sediamo. Mi offro al suo verdetto. Pago io, sconfitto, ma almeno galante.

– Andrea, ma te la senti davvero? È un libro difficile, quasi spersonalizzante, mi verrebbe da dire. Poi, per uno come te, così, alle prime armi e che non ha ancora la benché minima idea di cosa sia questo lavoro. Sarebbe davvero un’impresa portarlo a termine.

La fisso. Sbianco. Tra il tramortito e il preoccupato. Mi vedo già questuare. Ultima spiaggia o pive nel sacco. Devo essere convincente, sapermi mostrare ostinato, caparbio. Guai a mollare la presa adesso, a ricorso in appello avviato.

Saldo, fermo nei propositi. Senza spendere le ultime cartucce in inutili preghiere. Sia fatta la mia (e la sua) volontà. Con fare furbescamente piccato e un po’ patetico, mi accendo una Lucky con un Minerva, non prima di snocciolare sui fondi della tazzina un paio di mezze frasi da melodramma.

– Beh, ci deve essere una prima volta. E’ stato così per tutti, o sbaglio? Dovrò pur cominciare da qualche parte. Nessuno nasce imparato, è sul campo che si acquista esperienza. In più non le nascondo che ho un estremo bisogno di lavorare.

– Capisco, ma potresti prima farti le ossa, che so, provando con dei libri didattici, enciclopedie tematiche, così, tanto per prendere la mano e confidenza con il mestiere.

Già, il mestiere.

– Mi dia almeno una possibilità. Mi metta alla prova.

– Hai idea di quanto sia ostica, grama ed estenuante questa professione? Per caso, hai mai letto La Vita Agra di Luciano Bianciardi?

– No, perché?

– Beh, c’è un passo in cui Bianciardi scrive a proposito del mestiere di traduttore… le difficoltà, la stanchezza, le frustrazioni…

N.d.A. Qui non desidero riportare quanto scrive Luciano Bianciardi nel suo libro, chiunque può acquistarselo e leggerselo (nel web si trovano dei video in cui l’autore legge alcuni passi). Trovo tuttavia pertinente al caso, riproporre questo post di Gaja Cenciarelli rimediato sul blog La poesia e lo spirito. Interessanti anche i commenti che seguono per chi volesse leggerli.

Vedi, forse tu non sai chi fosse Bruno Tasso. Era un mio amico, faceva lo stesso mio mestiere, il traduttore, e si ammazzò poco tempo dopo l’uscita de La vita agra.

“Perché?”

“Qualcuno dice che si ammazzò perché era alcolizzato o perché non andava d’accordo con la moglie o perché Garzanti l’aveva licenziato, ma non basta questo a spiegare le cose. La ragione vera è che faceva quel mestiere e ne era ossessionato fino al punto di decidere di farla finita. Perché, vedi, non tutti se ne rendono conto, ma tradurre è un mestiere micidiale che ti costringe ore e ore attaccato alla macchina da scrivere a cercare parole che poi tu presti ad altri. E spesso sono parole prestate a persone e a libri inutili e questo a poco a poco logora e uccide.”

Questo stralcio di intervista a Luciano Bianciardi è andato in onda all’interno della puntata di Blob di venerdì 31 agosto 2007.

Non mi pare ci sia altro da aggiungere, se non che quando ho visto questo filmato ho sentito il classico nodo in gola e nessuna voglia di parlare. Credo che la verità, talvolta, tolga le parole.

Dopo aver seguito questa intervista con un’emozione difficilmente descrivibile mi sono posta una serie di domande. Fermo restando che non si sta parlando di lavori usuranti, di scavi in miniera, di mestieri – me ne vengono in mente un centinaio – davanti ai quali sono la prima a chinarmi e a soffocare qualsiasi lamentela, vorrei lanciare una provocazione (ammesso che lo sia), stimolata dalle parole del grande scrittore/traduttore.

“Persone e libri inutili” dice Bianciardi. È forse questo il motivo della frustrazione e del senso di alienazione che talvolta caratterizzano la mia professione? O è il fatto di lavorare continuamente con le parole degli altri? Bianciardi era anche uno scrittore. La mia domanda – provocatoria quanto volete, ma per me necessaria – è: chi scrive vive con maggiore insofferenza la traduzione o no? Chi traduce, costretto a ritmi incredibilmente serrati, costretto comunque a trascurare la propria scrittura, non sviluppa forse un profondo rapporto di odio-amore nei confronti della traduzione o questo è indipendente dalle passioni del traduttore? Quanti «libri inutili» si traducono? Quante ore si passano a cercare, a scegliere, a meditare su «parole inutili» di cui non rimarrà nulla? Come può, uno scrittore che traduce, non soffrire di questa “inutilità”? E come può a un traduttore – pur non essendo scrittore – risultare tollerabile l’indifferenza con cui viene trattato dagli “addetti ai lavori”? Mi pare che ai traduttori l’editoria riservi solo una serie di alfa privative.

 

– Capisco, ma io voglio, devo… provare, la prego, mi creda.

– Va bene, va bene, se proprio ci tieni te l’affido volentieri, ma ti consiglio di fare con calma, di metterci tutta l’attenzione possibile. Poi vorrei c’incontrassimo, di tanto in tanto, per capire come procedi con il lavoro.

– Assolutamente sì, signora.

And finally I got the job. 13000 di vecchie lire lorde a cartella.

La busta con il contratto da controfirmare e rispedire in sede mi arriva a casa la settimana seguente. Clausole, controclausole, dichiarazioni di responsabilità, puntualizzazioni varie, ma senza scadenze di consegna precise. Potevo prendermi tutto il tempo che volevo. Un vera manna. Un regalo.

Durante il primo weekend divoro Ripley Bogle per due volte di fila. Un dedalo di frasi idiomatiche, espressioni inventate, parole pluricomposte. In certi punti la lingua adottata sembra un surrogato di inglese misto a gaelico a dir poco surreale, sconosciuto anche ai miei amici più cockney. Una sorta di stordimento frammisto a terrore e malsana euforia banchetta felice al mio fianco.

Nel frattempo continuo a tirar su qualche soldo sdoppiandomi tra bassa manovalanza e saltuari traslochi, guardasala al Teatro Goldoni, comparsa alla Fenice Opera House (non ancora devastata dalla prossima e presunta follia piromane) e qualche illecito iuvenilis. Scrivo anche per alcuni giornali, locali e non, ma da lì, di grano, neanche l’ombra. L’incoscienza e l’energia dell’età di allora facevano il loro per tenermi lontano da qualsivoglia forma di futuribile scoramento. In più, l’orgoglio stava trasformandomi in un vero stilita del vocabolario in brossura.

Dopo tre mesi ero arrivato a circa metà traduzione, forse un po’ meno. Uno sforzo, novellino quale ero, senza dubbio sovrumano. Fiero del mezzo traguardo raggiunto, chiamo la chiarissima.

– Signora, sono arrivato al giro di boa. Vuole che venga da lei, a Milano, così mi dice come sta andando?

– Certo, anzi, pensavo di invitarti a pranzo a casa mia, se vuoi. Cosi stiamo più tranquilli.

La signora M.B., tengo a sottolinearlo, nei miei confronti si è sempre dimostrata molto comprensiva. Nonostante il suo ruolo professionale, era amabilmente e costruttivamente franca nei giudizi e, cosa affatto trascurabile,  pronta ad incoraggiarmi, sempre.

Zona Sant’Ambrogio. Nella cucina di casa. Cominciamo la lettura della mia. Lei, con l’originale vicino, raffronta, deduce, suggerisce. Scorsa una trentina di pagine, con tono garbato mi dice:

– Fossi in te la farei leggere ad un amico madrelingua di cui ti fidi, ma che sappia anche bene l’italiano, in modo da fornirti più soluzioni preziose e indicazioni precise. Ci sono tali e tante complessità, che scegliere ogni volta la frase più giusta è compito davvero ingrato e difficile. Certo, il fatto che tu abbia scelto di adottare l’italiano più colloquiale in determinati punti e quello più nobile in altri, potrebbe andare anche bene. Voi giovani, del resto, avete modi di parlare simili, a qualsiasi latitudine. Dovresti però anche chiederti sempre che cosa sia più adatto alle esigenze editoriali. A cosa dare priorità. Ad un italiano “cattivo,” con concessioni anche dialettali, o ad un italiano più “morbido”? Ma poi, quali espressioni dialettali? Del nord, del centro, del sud? O forse sarebbe più corretto cercare d’attenersi ad una traduzione il più letterale possibile.

– Letterale? Con un testo del genere?

– Secondo me ti conviene. È solo una questione d’esercizio mentale, vedrai come aumenterai anche la velocità di battitura. Ci salutiamo.

 

Problema: l’aspetto etico.

 

Fino a che punto è lecito che il traduttore resti aderente all’originale, per quanto il compito sia affermato impossibile dalle controparti, quando ciò viene esplicitamente richiesto dal committente?

Lettura consigliata: Robinson, Douglas, Becoming a Translator, London: Routledge, 1997.

 

Caracollo tutto il pomeriggio per le vie del centro di Milano, un po’ ingobbito dall’esito poco confortante di quest’ultimo incontro. Mi guardo nelle vetrine delle Messaggerie, ho la faccia di un vecchio pugile a cui hanno vietato di combattere nella sua maniera, il corpo un mappamondo d’ecchimosi inalienabili, la testa felicemente rintronata da un guazzabuglio di amletici dubbi e timori più o meno assodati. Faccio ritorno in laguna. Una volta a casa comincio a sfogliare la mia piccola miniera di contatti telefonici. Cerco di stilare la rosa dei papabili più esperti (e benevoli) che potrebbero accollarsi - loro malgrado e con fraterno impegno – tutti i rischi del caso sposando la mia causa. Non avendo fondi da investire, erano poche le frecce al mio arco, cioè due: A.F.V., poeta di nascita sudafricana, sulla sessantina, conosciuto l’anno precedente ad una festa di Carnevale nel palazzo postribolo di B.T. e J.M. di Bristol, UK, ma di stanza a Venezia ormai da un paio di lustri e più.

A.F.V. ben presto si sarebbe rivelato una sacra sola. Dopo quattro “sedute” eravamo infatti ancora fermi a pagina 8, ma per più di otto volte, ad ogni pagina, mi avrebbe spudoratamente implorato di bagnarlo del mio giovane amore. Alla quinta seduta, perso il controllo e l’ultima parvenza di rispetto tra tutor ed allievo, assestai un sonoro maigheri alle gambe del prezioso tavolo settecento dove ce ne stavamo seduti, spezzandole in due. Poi, per risparmiargli qualche attimo di vita in più (credo sia morto un paio d’anni più tardi), me ne andai minacciando di evriralo con la mezzaluna se solo l’avessi incontrato di nuovo, fosse solo per sbaglio.

J.M. era allora docente alla Oxford School di Venezia, traduttore anche lui e in più fratello di una quasi nota sceneggiatrice televisiva della BBC. J.M. Ripley ed io trascorremmo quindici giorni sempre insieme, Bic nella mano: leggevamo, traducevamo, rileggevamo, riscrivevamo e c’imbottivamo la pancia di pestiferi snack. C’era solo un piccolo, insormontabile problema che alla lunga si sarebbe rivelato fatale e fallimentare al mio scopo: J.M. beveva duro (tutte le notti), in più era anche un po’ sordo. Questo la dice lunga su molte cose. Gli effetti di una disperata incomunicabilità fecero capolino quasi da subito: lui che smoccolava a valanga e spesso a casaccio intere pagine del Concise in preda ai fumi del Bosford, io che cercavo inutilmente di fargli capire il senso delle frasi tradotte nella mia lingua patria.

Con la signora M.B. ci rivedemmo altre tre volte. La traduzione procedeva. A rilento, ma procedeva. Poi, verso la fine di giugno, dai quartieri alti della Garzanti mi comunicano che dovevo fermarmi con Ripley per dedicarmi ad altro. Servivano forze fresche per tradurre un romanzo che doveva uscire improrogabilmente a fine estate, massimo inizio autunno.

Le cose stavano cambiando. Erano gli anni del rampantismo manageriale stile mitomaniaco, ritratto amabilmente dai primi trashmovie di Cipollino e De Sica junior. L’Italia di allora si stava popolando di yuppie di seconda generazione, di quadri protoberlusconiani in grisaglia, proni nell’Osanna al di loro scalpitante vitello:  un’accozzaglia di trinaricciuti di provincia e mezzetacche furbacchiotte stava ormai infiltrandosi in tutti i settori dello scibile-producibile. Neppure certa editoria si sarebbe salvata dalla piaga di tanto e tale pattume epocale. Obbligazioni a tasso invertito, borse, scarpe, mobili o libri per loro non faceva differenza. Era imperativo solo vendere, il principio era il business, il secondo (principio) era ancora il business e il terzo, pure. E quello che si doveva dare per vendere ieri (come oggi) alla fine era sempre il “laddove” il sole batte di rado.

 

Un paio di uffici più in là di quello della mia amata signora (che nel frattempo non c’è più). Un colletto bianco, la tipica abbronzatura color aranciomarrognolo da clubino fitness, la stucchevole cravatta nodolargo a motivi regimental, mi riceve.  Sinceramente non ricordo più il nome, devo averlo rimosso non appena ci siamo stretti la mano. Con baldanza da convention facsimile biscione, mi mette in mano un dattiloscritto di 800-cartelle-800 (cartella più, cartella meno).

– Ecco, questo è il lavoro che ti aspetta. Il libro deve uscire contemporaneamente in diciasette paesi, Stati Uniti compresi, dato che l’autore è… americano. Sorrisino autocompiacente a mezzo labbro, da Gordon Gekko di ‘sta minchia.

Smorzo una smorfia di sincero disgusto. Incasso, raccolgo e penso.

– Cazzo, che bel simpaticone! Ecco un altro stronzo unto dal Signore farcito di crema al carotene. Puah! Che orrore di creatura.

– Devi tradurlo per settembre, prendere o lasciare. Anzi, prendere! Te lo consiglio vivamente. Aha! Bisogna che tu mi faccia però una traduzione con un italiano semplice, di facile lettura, tipo – letteralmente - per signore che vanno al mare.

– Aha – faccio io – Una traduzione da ombrellone?

– Sì, proprio così, per una lettura da ombrellone.

– Certo che è tantissimo, per settembre. Non so se…

– Sì, lo so, ma tu devi tradurne solo due terzi o poco meno, la prima parte è stata affidata a Maria Teresa Marengo, traduttrice di autori tipo De Lillo, Oates, Christie, Wallace, King, qualche partecipazione ai Meridiani Mondadori. Sei in buona compagnia, come vedi. La conosci?

Annuisco, umile e accaldato.

– Di nome.

– Bene. Ci si rivede tra un po’, allora.

Salgo sull’Intercity. Trovo libero solo qualche sedile nel corridoio del primo vagone. L’aria condizionata manco a sognarla. Comincio a curiosare qua e là, tra i fogli di quel mio mattoncino fresco di toner.

Titolo: Jurassic Park. Autore: tal Michael Crichton (“tal” dato che non lo avevo mai sentito nominare prima).

– Ma che roba è tutta ‘sto sbrodare sui dinosauri? La nuova americanata dell’anno? Però, che cagata imperiale!

Ovvio, mi sbagliavo. Il libro, come tutti sanno, sarà l’hit del lustro a venire, un successo editoriale come pochi, milioni di copie vendute, milioni nella tasche di Crichton, milioni nelle casse delle varie case editrici che ne avevano acquistato i diritti (più o meno a mezzo con l’autore, da quello che mi pareva d’aver capito). Comunque, nonostante quegli esiti, la mia opinione a riguardo rimane a tutt’oggi la stessa. Voglio dire, i cosiddetti best seller sono e rappresentano esattamente quello che la gente legge, non quello che potrebbe leggere. Basta proporre qualcosa nel modo più appetibile e ruffiano, a suon d’investimenti pubblicitari su giornali, riviste, programmi televisivi e quant’altro, che quelli lo comprano sicuro. Non riuscivo poi ad accettare il fatto che mi avessero stoppato un lavoro su un libro assai più complesso e raffinato, per privilegiare invece qualcosa destinato all’accessibilità di tutti, così macroscopicamente irreale, finto, senza alcuna aderenza con le nostre esistenze. Un qualcosa abilmente architettato per declassare i cervelli e fare cassetta. L’ennesima trovata d’oltreoceano.  Un ulteriore tassello al già nutrito mosaico di prodotti fatti per non pensare e allontanare le coscenze dai problemi contingenti della realtà. Eppure, tant’era. Potere da multinazionale. Zeitgeist. Niente a che vedere con certe gemme dell’Urania Collection.

Così, colpito nelle parti basse del gusto, l’amarezza e il disprezzo nei confronti del mondo e della società avrebbero continuato ad ordire le loro trame infide tra le pieghe di uno spirito inguaribilmente idealista, il mio. La solita sudditanza manifesta nei confronti della cultura di massa importata, una volta di più mi avrebbe provocato pungenti conati di vomito. Sta di fatto che, alla fine, se preso per fame o sciagurata ambizione, anche chi disprezza compra. Già, “la cultura di massa accetta semplicemente i risultati in ciò che appare – dice Malanga –, a meno che non s’inneschino le condizioni per una nuova rivoluzione collettiva di spiriti e costumi.” Della serie “aspetta e spera o muoviti e spara.”

C’è da dire, tuttavia, che al di là delle mie invettive segaiole da intellettuale in erba e croce (bum!), il libro di Crichton, da abile giallista fantascientifico qual’era, risultava tutto sommato in certi punti anche avvincente. Scorreva via facile, per lo più. L’inglese adottato non era per nulla complesso, tutt’altro, a parte per quelle pagine dedicate alle scienze matematiche in cui io ci capivo poco. I molti dialoghi (astutamente pensati in modo da agevolare il più possibile il conseguente adattamento cinematografico), mi davano l’illusione di tradurre più veloce di quanto non fossi realmente in grado.

Mi feci venire i calli al culo per un’estate intera, immerso nell’umidità veneziana che di notte si popolava di fameliche zanzare e tribù di chironomidi, in compagnia di quella pittoresca combriccola di mostriciattoli preistorici, scienziati dementi e mocciosi Indiana Jones. Puntualmente, consegnai il lavoro ai primi di settembre, rigorosamente fedele alle modalità contrattuali che, come consuetudine, trovai puntualmente nella cassetta della posta.

 

Le forche caudine della revisione.

Sì, non avevo fatto i conti con quest’ultima prova alla quale bisognava sottostare e con cui avrei dovuto fare i conti. Storie di nervi scoperti, badilate di merda inghiottita e brusca sterzata nel ripensare e decidere se ne valeva davvero la pena.

Credo esistano principalmente due tipologie di revisori (per quel che ne so io, almeno). La prima è sostanzialmente affabile, disponibile, complice nella causa,  perfettamente conscia che, per tutti, ciò che alla fine conta è il sereno conseguimento della meta finale. È la tipologia che solitamente non lesina a manifestare un minimo rispetto e apprezzamento per il mazzotanto che uno si è fatto sin lì. La seconda, invece, è dove spopolano per lo più coglioni senzadio, frustrati spocchiosi, onanisti attempati, cornuti da salotto, cafoni del cazzo. Io, non so ancora se per sfortuna o grazia ricevuta, ho avuto a che fare con un’arzilla coppietta appartenente al novero di questi secondi. Sorvolo sulla serie di umiliazioni gratuite e turpiloqui a  squarciagola che ho dovuto sorbirmi di fronte a mezzo dipartimento e dalla puntuale sverniciatura ad hoc nei confronti del malcapitato che avviene in questi casi: un’abile miscela preparata ad hoc consistente in deliberate accuse relative all’incapacità professionale nel conoscere e gestire gli strumenti della lingua. Mio malgrado, forse anche per una mia certa attitudine a parare ed incassare anche i colpi più bassi provenienti da più direzioni e grazie a quotidiani allenamenti verbali ai quali mi aveva sottoposto mammina cara sin dalla nascita, mi ritrovai bersaglio di epiteti che per lo più sfociavano nell’offesa parentale più barbara e peregrina. Non fosse che i due erano consanguinei di una mia cara amica, senza por tempo in mezzo li avrei senz’altro messi a tacere per un bel po’ ricorrendo felicemente ad un uso poco ortodosso e criminoso dei miei bicipiti da rugbista.

Mi si dice però di non desistere, anzi di continuare con la traduzione lasciata per strada di Ripley Bogle, facendo molta attenzione a non ripetere certi errori commessi (quali?, dato che mai mi verrà fatta vedere la revisione di quanto avevo consegnato; e poi allora perché sbercirami in faccia così tanti variopinti improperi se poi mi riconfermate?).  

Jurassic Park viene dato alle stampe poco dopo, nel novembre 1990, pressoché contemporaneamente in tutto il pianeta, Italia compresa. Poche le correzioni che riscontro rispetto alla mia traduzione. Crichton intanto fa il globetrotter. Scende anche a Milano. Dell’invito per assistere alla presentazione del libro neanche l’ombra, non ricevo neppure una telefonata dalla casa madre che mi dice che lui è lì, a complimentarsi con tutti per il lavoro svolto tranne che con me, che il lavoro l’aveva fatto davvero. Che i traduttori contino meno del due di picche? Sta di fatto che vengo a conoscenza degli eventi da giornali e Tv. Una prima copia di Jurassic Park me la compro di tasca mia. Nome e cognome che compare all’interno del libro, vicino a quello dell’illustre signora, M.T.M, sotto a quello di Crichton. Mi pervade un piacere sconosciuto. Cammino per la calli natie beandomi di vanagloria. Italia 1 fa il mio nome in un format serale dedicato ai libri.  Sfrontata fierezza, popolarità rionale. Una ricca sega, insomma.

Mi spetta l’assegno. Poco più di tre milioni di vecchie lire. Spero sia presto. Nome stampato a metà pagina sotto quello dell’autore = garanzia a riscuotere.

Giorno di paga. L’ultima volta in Garzanti. Volevo finire lì. Avevo deciso. Non capisco i meccanismi oscuri che stanno a monte di certe scelte editoriali. O, forse, mi rifiutavo  di capirle. Non sopporto quello che ci gira intorno. Non sopporto la genia di chi detta, di chi sta lì dietro, i loro modi affettati, volgari o baronali che fossero. Troppo diverso. Troppo tutto per me. Grigiore patinato uniforme. Mi bastava così. Avevo esperito. Avevo visto e toccato con mano. Fanculo la benché minima possibilità di carriera lì dentro. Fanculo il mito. Certo non mi faceva contento pensare così, ma un poco mi dava sollievo.

Il giorno dopo spedisco all’attenzione dell’abbronzato manager new wave il dattiloscritto con la metà della traduzione del libro di Wilson. Fin dove ero arrivato. Fin lì, dove ero stato bruscamente fermato. One more time, please.

Nessuna riga accompagnatoria.

Goodbye mate. God bless you, Captain (America). Thank you. Adieu. A mai più rivederci.

 

Taglio netto. Colpo di spugna. Nel mio giovane animo ribelle, sentivo quasi di aver scavato una trincea tra me e il giogo del Moloch istituzionale. Integrità da proteggere, non un fatto di dignità.

Credo che all’epoca fossi invece del tutto privo della benché minima struttura difensiva, per reggermi e sostenermi in quel mondo così difficile, anche spietato. Troppo tenero per tenere il confronto con lo specifico di quell’ambiente. Davvero un’altra cosa da come me l’ero prefigurato nei miei sogni di ingenuo universitario ambizioso. Tutto mi sembrava così smaccatamente decadente, impersonale, arrogante.

Rapporti interpersonali. Falle comportamentali. Difetti di giudizio.

Forse ho mancato di tenacia, pazienza, sopportazione. Magari mi atterriva la precarietà, la competitività, la poca sicurezza, il fatto di pensarmi tutta la vita con le natiche incollate ad una sedia per guadagnarmi il pane, a consumarmi le pupille tra le pagine di un vocabolario e i polpastrelli tra quelle di un dizionario di sinonimi e contrari. E tutto questo solo per dar luce all’arte “altrui.”

Eccesso di frustrazione. Tedio. Invidia. Carne da macello buona per la ruota, a dirla con Beckett. Giustificazioni ragionate. Scuse ben-confezionate per auto-convincermi di aver fatto la cosa giusta.

Forse, per quel tipo di mondo, semplicemente non ero proprio tagliato. Non ne avevo la stoffa. Non era quella la mia strada. Non ancora. Non così.

 

Cosa mi resta di tutto questo?

 

Alcuni ricordi. Qualche rimpianto. Un’esperienza fondamentale. Una lezione di vita.

Due care persone incontrate, due grandi professionisti che mi hanno accolto dalla porta principale, offrendomi la possibilità di vedere quel mondo da una prospettiva privilegiata, di capire cosa significa integrarsi, conoscere le dinamiche interne che muovono una grande casa editrice e sentirsene parte, per quanto poco, per un momento, ma soprattutto maturare una consapevolezza nei confronti di ciò che si sta facendo, di più, su ciò che si vuole davvero fare.

E poi la fatica, lo stress da lavoro. La paura di ghettizzarsi in una pratica di routine “usurante.” Le ansie da prestazione.  La soddisfazione di vedere il proprio lavoro finito. La successiva gratificazione, non solo economica, ma morale che puoi ricevere, che ti arricchisce e fortifica. L’esercizio sulla lingua. La sincerità nei suoi confronti. La necessità, quindi, non solo di conoscere, ma di dover saper pensare bene in due lingue, perché per fare al meglio questo lavoro, non c’è altra soluzione.

Certo, avrei potuto resistere, tenere duro, crederci fino in fondo, rendermi più curioso, riporre più speranza, avere più fiducia e godere maggiormente d’autostima. D'altronde ero stato capace di uscire pressoché indenne da una prima selezione “naturale” e poi anche da una seconda.

Potevo cercare di rendermi mentalmente più aperto, nutrire la forza di volontà, concentrarmi esclusivamente sull’obiettivo da raggiungere a costo di proibirmi le cose che amavo di più.

Mi erano stati offerti i mezzi e le possibilità per capire che questa professione si basa sostanzialmente sulla tenacia (nel perseguire) e il piacere (di farla), sull’umiltà nei confronti di un qualsiasi testo come sulla facilità di passare da un argomento all’altro, cosa che però si ottiene solo con l’esercizio costante. Oppure, che so, avrei potuto fidanzarmi con una ragazza madrelingua (mi sposerò più tardi con un’australiana con la quale resterò insieme per nove anni, ma per ben altri motivi). Avrei potuto provare a vivere a Londra, a New York, magari a Mumbai, o a Goa per qualche anno, dato che un mestiere del genere lo permette, non tanto economicamente, quanto perché lascia solo a te stesso la gestione del tuo tempo (ed è gran cosa) nonostante possa penalizzare, alla lunga, gli scambi umani.

Rimpianto.

Forse sarebbe bastato l’avessi preso in maniera più divertente, questo mestiere del traduttore, con cosciente e sana leggerezza. Che so, trasformarlo in un secondo lavoro, in un’occupazione utile e, perché no, anche privilegiata, ma non ne avevo ancora le capacità, i mezzi tecnici, le risorse per poterlo fare.

Qualcosa da prendere come ripiego non è mai l’espressione giusta, alla fine è sempre e solo una questione di scelta, di decisione. Di andare. Sì, di andare. Fino in fondo. Come si può. Finché si può.

1996. Giorno qualunque. La libreria della mia amica Cinzia, in Calle delle Mercerie, vicino a Campo della Guerra. Oggi non c’è più quella libreria. Scaffale delle novità. Sto cercando Ripley, Edizioni Garzanti. Ne prendo una copia. Respiro intimamente l’odore inconfondibile delle pagine fresche di stampa. 

– Come stai, bestia? Sono passati quasi sei anni da quell’ultima volta.

Corro a casa. Mi chiudo in camera. Lo leggo tutto d’un fiato. Traduzione a cura di Enrico Palandri. Davvero un’ottima traduzione.

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