VestAndPage - VERI OLTRE LA FINZIONE

ART WEEK | WORKSHOP SERIES al C32performingartworkspace | Live Arts Cultures, Forte Marghera, Venezia

Di Penzo+Fiore | Cantiere Corpo Luogo

Maggio 2016

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Quando arriviamo il capannone è ancora vuoto, forse ci sono un paio di ragazze che iniziano ad attraversare lo spazio con degli oggetti, entrano, trovano il posto, posizionano.

È la prima volta che questo spazio diventa un luogo, uno dei tanti depositi di Forte Marghera che in passato serviva da magazzino per il Teatro La Fenice e invece è diventato, quasi fortuitamente, il setting di un’emersione creativa collettiva in cui gli allievi performer di VestAndPage si mescolano a quelli di Jürgen Fritz, per uno sharing nato dai dieci giorni di residenza con i rispettivi maestri.

 

Arriva una donna con un carrello della spesa, altre quattro con un grosso parallelepipedo di polistirolo e poi corpi coperti di parole, una valigia legata ad una corda fissata ad un ramo, e poi corpi e altri corpi che entrano nella profondità scandita e maniacale del lungo capannone. Non sappiamo di preciso quando e cosa accadrà, ma i segni invisibili lasciati dagli sguardi concentrati e pregni dei performer creano piano piano un’atmosfera gravida di qualcosa che accadrà, la promessa di una potenza umana che verrà sprigionata, la preparazione a qualcosa che si immagina già viscerale, densa. Nei performer si vede che non c’è esitazione, c’è sicurezza. Si capisce che in questi dieci giorni che li hanno accompagnati fino a qui ognuno ha superato una sua soglia, un qualche limite che adesso non si percepisce più. Questo ci appare come l’humus, il terreno comune su cui qualcosa di significativo verrà edificato.

Siamo alla restituzione terminale di uno dei tanti workshop che si tengono all’interno del C32 performingartworkspace, in cui l’associazione Live Arts Cultures in collaborazione con Studio Contemporaneao e IPA International Performance Association, propone percorsi che attraversano il mondo della performance. Anche quest’anno, come frutto di una collaborazione ormai consolidata con la VENICE INTERNATIONAL PERFORMANCE ART WEEK, si tiene il laboratorio tenuto da VestAndPage (Verena Stenke & Andrea Pagnes), a cui si aggiunge la proposta formativa di Jürgen Fritz.

I due percorsi procedono in parallelo a senza incrociarsi, se non per aderire in alcuni momenti, a volte stridendo. I meccanismi per far tirare fuori quello che già c’è in ogni performer sfruttano leve diverse. Il momento vero dell’incontro dei due nuclei è la serata finale, in cui ci si affida a quell’intelligenza collettiva e superiore che si viene a creare nel momento dell’incontro con chi guarda. Qui si ha fiducia in ciò che accadrà, e si tratta di un affidarsi che viene il più delle volte ripagato.

 

Guardando quello che accade non sappiamo da chi sia nato cosa. Ad un certo punto rompiamo la nostra attesa fuori dal capannone ed entriamo, senza un segnale specifico. L’energia inizia a gonfiarsi, piano piano le azioni di sistemazione dello spazio iniziano ad essere azioni precise. Scegliamo due sedie e veniamo gentilmente invitati a rompere la direzione di uno sguardo univoco per scegliere degli scorci, per favorire una soggettiva. Le immagini si compongono come un caleidoscopio di accadimenti e sensazioni. Tutto si mescola in un’amalgama di odori, di suoni, di contatti, di fastidi e di poesia. E improvvisamente dallo sguardo di un ragazzo possente cadono delle perle che fanno vibrare una ciotola di metallo, dai fori dell’edificio escono ragazze che si attorcigliano ai ferri arrugginiti dello scheletro del capannone. Una donna aspetta al capo di un filo, un’altra spegne, lanciandoli nel buio, ossessivamente, dei fiammiferi. C’è chi è legato alla rete di un letto e non può muoversi, c’è chi  raccoglie parole che descrivono uno sguardo, si lanciano i dadi, si canta, si urla, si resta in equilibrio su una linea invisibile per poi cadere. C’è cera, c’è farina, c’è fumo. C’è una femmina che piscia in piedi dentro una bottiglia, c’è l’amorevole vestizione di una ragazza bendata. C’è un chiodo che graffia il pavimento. Ci sono dei ritmi, un mantello d’argento e tutto che monta, monta, monta fino a far esplodere la solitudine di ognuno, abbattendo la distanza di sicurezza che si tende a tenere nei confronti dell’altro. 

 

La cosa ci piace, anche se inevitabilmente scatta un giudizio dal momento che il nostro approccio performativo è completamente diverso. Da una parte un modo di agire sul corpo diametralmente opposto al nostro, fatto di scarnificazione più che di conservazione, un portare di fronte al pubblico la poca compostezza di azioni che vivono del loro eccesso, un far uscire il magma emotivo direttamente e senza mediazioni. Noi preferiamo far emergere durante il percorso, ma portare davanti al pubblico una dinamica già ricomposta, che abbia i segni di quanto è accaduto e contenga la trasformazione personale, ma con un maggior pudore e desiderio di contenimento.

Proprio questa diversità negli anni ci ha spinto ad osservare e a ragionare sul lavoro di VestAndPage. Curioso e quasi un po’ magico quando, nel primo confronto che abbiamo con Andrea Pagnes nel buio di un viottolo sospeso tra lo spazio dell’azione e la mondanità del capannone che è già festa, inizia a parlare piuttosto ispirato, e a rispondere quasi in ordine a tutti i nostri ragionamenti e dubbi. Nonostante le differenze che ci contraddistinguono, ci conquista la semplice verità con cui passa attraverso frammenti di storia personale, convinzioni su cosa sia fare performance art, consapevolezza di una forte componente teatrale negata dai teatranti e additata dal mondo del contemporaneo, una programmatica attitudine all’assenza di giudizio, l’intelligenza emotiva con cui mostra di vedere i suoi allievi. Tra una parola in tedesco e una in veneziano si snoda un linguaggio fatto di scelte di termini giusti che tradiscono l’occhio di chi considera una frase detta durante un’azione come una lapide non facilmente rimovibile. Ci dice subito che lui, artisticamente, è il duo VestAndPage, così come noi ci sentiamo sempre un duo, Penzo+Fiore, nell’arte come nella vita. Forse ci piace e ci attrae proprio il camminare sul limite rischioso della relazione, che si percepisce in lui come fondante e di primaria importanza. Mentre le parole di Andrea disegnano nella nostra opinione una consapevolezza e una lucidità rare, il racconto si mescola con quelle immagini già impresse nella nostra memoria in cui Verena Stenke deforma il suo corpo con protuberanze fatte di fiato, restando ingabbiata nell’elasticità di vestiti di calza. La vediamo bella, giovane, fresca e al contempo presente, coraggiosa, forte al fianco della fisicità ostentata e guerriera di Andrea.

Se dovessimo usare il nostro sguardo fatto di tagliare, tagliare e tagliare per arrivare all’essenza dell’azione, non ci passerebbe inosservato quel modo di cadere così vero, sincero, rischioso e privo di cautele di Verena. È la sintesi del loro approccio ad un lavoro sicuramente ricco di oggetti, costumi, trasformazioni fisiche così vicini al teatro, ma al contempo decisi ad andare fino in fondo come mai un attore farebbe. Quella caduta sul ghiaccio, quasi un topic del suo lavoro, è l’abbandonarsi puro al suolo senza che nemmeno un muscolo si opponga, il cranio suona come una cassa armonica quando si schianta sul pavimento e tutto, all’improvviso, diventa profondamente sincero.

Ci appare sincero anche il desiderio espresso da Andrea di fare un passo indietro verso l’emozione, spostandosi così in modo impercettibile verso il pubblico, tendendogli una mano che non è desiderio di compiacimento, ma grimaldello per creare una connessione che veicoli dei contenuti. Il lavoro con il corpo vivo di per sé favorisce l’empatia, ma non sempre si rinuncia, soprattutto nell’arte contemporanea, alla vanità di scaricare sul pubblico tutto il compito di avvicinarsi o meno a qualcosa che viene presentato come criptico e a tratti illeggibile. Su questo terreno si colloca la presenza sempre più urgente, ci è parso, della voce e del testo nelle azioni di VestAndPage.

L’attitudine a produrre tanto e in tante direzioni, ma solo se relative a ciò in cui si è concretamente e fisicamente entrati. Si entra in una relazione, da qui scaturisce l’invito a partecipare a un progetto, il testo scritto per desiderio personale, la collaborazione, la curatela. Da questa logica nasce la VENICE INTERNATIONAL PERFORMANCE ART WEEK. Il concretizzarsi di tutto quello che viene raccolto durante gli anni nei viaggi, negli workshop e nelle presenze come live performer di Verena e Andrea, veri oltre la finzione.

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